Internet e il cioccolato…

novembre 28, 2008

Leggo che grazie a Twitter è possibile conoscere molte informazioni su quello che sta accadendo in India. Ogni persona dotata di un cellulare e presente in quei luoghi disgraziati può comunicare in tempo reale quello che sta succedendo.

E’ innegabile il valore di ciò, l’aiuto che un servizio come questo e il web in generale apportano ogni giorno alla vita di tutti noi. Accanto a questo, si pongono tanti altri pezzetti di realtà virtuale ben diversi…

Mentre correvo, cercando di capire lo stesso Twitter e molte altre applicazioni simili, mi sono fermato di botto e mi sono messo ad osservare ogni cosa, con distacco. Ho chiuso gli occhi e tutto mi è parso dolce e delicato come una torta al cioccolato appena sfornata. Da piccolo, tra budini, mousse e torte al cioccolato la mia povera gola non sapeva a chi dar retta, ogni dolciume attirava la mia attenzione… Poi, un giorno ho capito liberamente che di quei dolci potevo farne a meno e che il mio fisico ne trovava giovamento. Quella che può sembrare una privazione mi ha realtà liberato. In fin dei conti, tutte quelle leccornie non mi servivano, anche se erano buone e di bell’aspetto… A distanza di tempo, è come se mi ritrovassi nella stessa situazione, in un’enorme pasticceria che si chiama Web, con dolci enormi e enormemente belli.

La vita è fatta di scelte, a volte dure, ma comunque sempre necessarie… Anche il non-scegliere rappresenta una scelta e così nel mio navigare in questi mari, ho incontrato persone che hanno scelto di possedere (?!) tantissime identità, quella di Flirck, di Facebook, di Twitter, di Blogger e così via… Io, invece, ho scelto di scappare da quell’enorme pasticceria, affacciandomi di tanto in tanto e portando via qualcosa: questo blog, facebook (con moderazione) e qualcos’altro, conservando naturalmente un senso di enorme gratitudine per il Web. A tutto il resto dico “no, grazie”, il resto proprio non mi appartiene, sarebbe come subirlo senza che mi interessi davvero e poi c’è un fatto sopra tutti: la mia lentezza che non mi consente di comprendere l’utilità di certe cose, di non approcciarmi a queste applicazioni se non con passi molto felpati…

E c’è, infine, un’altra cosa non meno importante: forse aldilà di pochi elementi, del web non ne sento proprio il bisogno. Scusatemi, forse penserò male ma non ho bisogno che qualcuno guardi le mie foto su Flirk, che qualcuno sappia dove mi trovo in questo preciso istante, che tutti sappiano qual’è il mio profilo professionale, che tutti sappiano tutto di me… Sì, proprio non ne ho bisogno, un po’ perchè tengo alla mia riservatezza, un po’ perchè mi chiedo se questo in fin dei conti sia il modo migliore per soddisfare tutti questi bisogni che restano insoddisfatti…

E… “casomai non vi rivedessi buon pomeriggio, buona sera e buona notte”…

Nicola.

5.04 pm

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Momenti infiniti ma fermi…

novembre 22, 2008

Ci sono momenti un po’ così, momenti infiniti ma fermi e un po’ così, in cui mi piace rivedere questa scena e riascoltare queste note…

Perchè la vita è poesia, la vità è passione… e per quanto possa costare caro, non conviene a nessuno dimenticarlo…

Ciao, Nicola.

6:04 pm

La Mosca nera.

novembre 18, 2008

La Mosca di Putin, quella Mosca che vogliono farci credere democratica, si fa ancora una volta sentire per la sua violenza. Mikhail Beketov, direttore del Khimkinskaia Pravda è in fin di vita nell’ospedale della capitale russa. Mikhail ha denunciato la speculazione edilizia in atto in un quartiere moscovita e, nonostante essere stato aggredito l’anno scorso per gli stessi motivi, ha continuato a svolgere il suo mestiere di giornalista. Mikhail sta morendo e c’è chi fa arrivare minacce anche nell’ospedale dov’è ricoverato.

Nicola.

11:59 am

La mia terra è una puttana.

novembre 16, 2008

La mia terra è una puttana pagata male. La mia terra accoglie il potere e accogliendolo fa finta di star bene, per poi piangere di nascosto. Nella mia terra gli uomini sono pecore. Nella mia terra è facile essere eroi e martiri. Nella mia terra Apollo e Dioniso si amano. Nella mia terra quelli che altrove non godrebbero di buona reputazione diventano rappresentanti del popolo. Nella mia terra non ci si indigna più. Nella mia terra si ha “scuorno” (vergogna) di fare cose migliori. Nella mia terra si pretende dai santi e dalla Madonna l’ordinaria amministrazione. Nella mia terra si ha paura di star bene. La mia terra sta morendo, ma il sole nasconde ogni cosa… Io amo la mia terra e per continuare a farlo devo scappare, andare altrove…

Nicola.

12:35 pm

No, non ho sbagliato titolo. E’ che mi è capitato di leggere su “la Repubblica” un articolo di Paolo Rumiz nello stesso giorno in cui ho scritto il mio post precedente e ho così avuto amaramente conferma di ciò che ho scritto…

Riporto, dunque, il pezzo di Rumiz.

Nicola.

5.34 pm

Yzsard Kapuscinski raccontò un giorno di essere stato invitato a cena
dal re di Svezia, che voleva sentire dei suoi viaggi nel Terzo Mondo.
Quando arrivò a corte s’ accorse che a tavola c’ erano dieci tra gli
uomini più potenti della Terra. Petrolieri, padroni dell’ industria
farmaceutica e alimentare, fondatori di imperi elettronici, banchieri e
titolari di miniere di diamanti. Una bella fetta del prodotto lordo
planetario s’ era raccolta attorno a lui lì a Stoccolma. Quando il
polacco cominciò a raccontare la miseria degli Ultimi, con i quali
aveva condiviso trent’ anni di vita da reporter tra Africa, America
Latina e Russia sovietica, s’ accorse subito che i padroni del Pianeta
non avevano la minima idea dei disastri su cui si fondava la loro
ricchezza. Tutti lo guardavano attoniti; tutti, alla fine, gli
strinsero commossi la mano, e tutti staccarono davanti al re assegni
miliardari per questa o quella associazione benefica, come vergogandosi
di ciò che avevano saputo di se stessi. «La macchina dell’ informazione
– mi spiegò il viaggiatore più inquieto del ventesimo secolo – è
costruita apposta per non farci sapere la gravità del disastro
mondiale. Dio non voglia che la verità non inceppi la macchina del
consumo~ Così si tace: e il silenzio è così perfetto che persino i
potenti ignorano la verità». Certo, disse, siamo prontamente informati
delle guerre. Ma il disastro non sta negli eventi; sta in ciò che si
ripete ogni giorno, e, ripetendosi, non fa più notizia. Il dramma è la
«normalità della miseria e della fame». Per capire la macchina
infernale devi uscire dai circuiti, diventare viaggiatore leggero,
battere strade fuori mano. Ed ecco che Giampaolo Visetti, inviato di
Repubblica, proiettato anni dopo negli stessi mondi di Kapuscinski, va
a sporcarsi le scarpe nella polvere dell’ Asia Centrale, nel gelo
acquoso della Siberia e nel fango dell’ Africa equatoriale. Viaggia
dalla Groenlandia al Sudafrica. Va, torna, scrive, e arriva alle stesse
conclusioni. La storia la scrivono i vincitori, ma appartiene ai vinti.
E soprattutto, il mondo vero è proprio quello che «non fa notizia».
Dopo cinque anni di viaggi, Visetti s’ è accorto di aver fatto in
verità un viaggio solo: quello alla ricerca degli sconfitti, dei
miserabili, dei periferici e dei dimenticati. Così gli è stato facile
radunare i suoi scritti e farne un libro – Mai una carezza / storie di
un mondo che dobbiamo cambiare, Baldini & Castoldi Dalai, pagg.
284, , euro 17 – dedicato a coloro che in vita non hanno mai conosciuto
un gesto di tenerezza e sono scomparsi senza lasciar traccia. Ai
miserabili – gli stessi che approdano in Italia con i barchini della
disperazione – è dedicato questo volume, perché «solo essi possono
avvicinarsi alla verità». Camminare con loro, scrive l’ autore, è
«necessario per capire il mondo». Ed è tanto più necessario oggi, con
il collasso della Terra saccheggiata e le ultime tempeste finanziarie
globali che non risparmiano nessuno. Anche noi possiamo diventare un
Terzo Mondo, mentre i poveri di ieri, come la Cina e l’ India, stanno
rialzando la testa. Coerentemente, editore e autore hanno deciso di
dare in beneficenza i proventi dell’ opera, all’ associazione italiana
«Water for life», fondata dall’ italiano Elio Sommavilla, che da un
quarto di secolo si batte contro la guerra e la miseria in Somalia, uno
dei luoghi più disgraziati della Terra. Un invito, rivolto a chi legge,
a sostenere anche in futuro quest’ attività benefica con donazioni
personali (Acqua per la Vita, Cassa Rurale di Trento,
IT9400830401801000000015606, sede via Belenzani 6, Trento). E’ una
raccolta di articoli, ma in essi tutto si collega. Auschwitz,
rappresentazione dell’ indicibile, «confine da cui non si rientra», e
le donne stuprate del Darfur costrette a mendicare a quattro zampe dai
padroni che hanno spezzato loro i garretti. I ragazzini russi che
imparano a uccidere a quindici anni per entrare nell’ esercito di
Putin, e le fosse comuni di Srebrenica, dove sta sepolto l’ onore dell’
Occidente che ha tradito il popolo bosniaco. L’ Occidente che esporta
in Africa carne immangiabile e il silenzio del turco sulla strage degli
armeni. Pugni nello stomaco che lasciano intontiti. Vorkuta, il gulag
di Stalin oscenamente adattato ad avamposto minerario e poi a hotel a
cinque stelle mentre le ossa dei reclusi ancora affiorano dalla terra.
La melma di Mogadiscio, la sua aria «spessa, bollente e polverosa» che
stende su tutto una nebbia affumicata. Il ponte di Kosovska Mitrovica,
ultimo muro d’ Europa, tra serbi e albanesi nel cuore dei Balcani. Gli
eschimesi della Groenlandia che si lasciano morire tra i ghiacci. Le
studentesse d’ Ossezia, stuprate, segregate e uccise tra i loro
escrementi. La terra ucraina sterminata, fertile e governata dalla
mafia, da cui milioni di donne fuggono per vendersi come badanti in
Occidente. Miseria, oceani di miseria. Mai un respiro, un po’ di
speranza. Una delle svolte è l’ incontro con Anna Politkovskaja, la
giornalista che ha messo il Cremlino sotto accusa ed è stata uccisa nel
giorno del compleanno di Putin. La reporter viaggia in aereo col nostro
corrispondente verso il luogo della carneficina nella scuola di Beslan,
gli confida di voler incontrare il capo della guerriglia cecena per
convincerlo a liberare gli ostaggi e viene avvelenata da un thè
consumato a bordo. «Ania», che avrebbe potuto lavorare all’ estero ed
essere ricca e invece è morta tra i perseguitati «con le borse della
spesa in mano». L’ epicentro del saccheggio è il Congo, con la
desertificazione della foresta primaria più grande del Pianeta dopo
quella amazzonica. Il Paese più ricco del mondo, carico anche di
petrolio e minerali rarissimi, con la popolazione che resta la più
disperatamente povera. E i cinesi, organizzatissimi, che nello
sfruttamento pianificato hanno sostituito belgi e francesi. La senti,
nel racconto, la nausea per questa oscena corsa all’ accaparramento
delle ultime risorse, con l’ orrore che tocca il fondo, tribù che si
scannano, elefanti impazziti senza nutrimento, gorilla seviziati e
crocefissi vivi nella foresta. Solo la Russia concede ogni tanto
squarci di luce. C’ è la piaga dei bambini orfani già alcolizzati che
la notte vanno a dormire nei treni, ma c’ è anche l’ affresco di un
popolo grande, autenticamente cristiano, capace di slanci che l’
Occidente ha dimenticato. C’ è il bambino buttato nelle immondizie e
salvato da una cagna che lo nutre e lo alleva, il selvaggio piccolo
Vanja che cresce abbaiando nel branco, ma c’ è anche un angelo di nome
Tatjana che lo strappa all’ abominio, lo cresce e lo fa diventare
cadetto della marina. Lui, almeno, una carezza l’ ha avuta. – PAOLO RUMIZ

Mi ha sempre fatto impressione il termine “circuito mediatico”. Forse perchè non so cosa significhi veramente. Da quanto ho capito, è quel “tunnel” nel quale scorrono determinate notizie, e solo quelle…

Sembra quasi che il mondo sia quello rappresentato dal circuito mediatico e basta. Ascoltando le persone, mi accorgo proprio di questo: tutti parlano delle stesse cose, delle stesse notizie, per poi dimenticarsene dopo un po’ e parlare di altre news: quelle nuove ancora per poco. Questo modo di fare informazione non si limita a quanto pare all’Italia, seppur il Belpaese rappresenta un esempio molto peculiare su questo fronte. Il circuito mediatico è globale, appunto. E così accade che i lettori di giornali e, più in generale, i fruitori di notizie vengano trattati come maiali “acefali” a cui dare da mangiare: notizie su notizie, sempre le stesse e il più delle volte superficiali. L’errore c’è ed è da entrambe le parti: da un lato, il lettore che smette di farsi un’opinione, di ragionare con la propria testa e fagocita tutto e, dall’altro, un modo di fare giornalismo servile ed eccessivamente vicino al potere. Il risultato è l’assenza di “opinione pubblica”, la quale non esiste perchè non può esistere in questo sistema un po’ strambo e omologato. Con buona pace della democrazia.

In questo modo, se voglio sapere cosa sta succedendo in questi giorni in Africa devo affidarmi ad altri “circuiti”, ad altri canali, non insomma a quelli “pubblici”. E così, persa ogni speranza nella tv, non resta che optare per il quotidiano a cui non chiedo di occuparsi di proprio tutto ciò che accade nel mondo (missione per così dire impossibile), chiedo solo di non essere considerato un maiale…

Nicola.

11:44 am

20081111-afroamericani

Ci sono momenti, notizie, eventi che sembra siano fatti apposta per farti destare da quel torpore nel quale stai ben bene rifugiato… Più spesso, è il pensiero che ti fa sperare in qualcosa di meglio, che ti fa dire che qualcosa di diverso c’è ma non sai bene cosa e poi passa il tempo e smetti di pensarci, smetti di sognare…

Dicono che il vento sia delicato, ti accarezza e se ne va e allora non c’è nulla di più sbagliato nel definire il fenomeno Obama come vento della speranza… Obama per quanto mi riguarda mi fa proprio male, cazzo quanto mi fa male, è un pugno nello stomaco, è uno schiaffo a cinque dita, è il morso dell’asino… Obama mi ha scaraventato giù dalla sedia e mi ha detto “Guarda dove vivi, guarda com’è diversa l’Italia dall’America, guarda come la democrazia americana è un’altra cosa”. Ho provato a rispondergli e a dirgli che Bush rappresenta l’esempio più eclatante di uomo con conflitto d’interessi al potere, e dunque l’America non è tanto perfetta… Lui mi ha anche dato ragione, però poi mi ha detto che in America durante questi ultimi otto anni qualcosa è cambiato, la gente ha continuato a ragionare, l’opposizione del Partito democratico c’è stata, si è fatta sentire, i giovani hanno continuato a pensare, a ragionare, a sognare. Nessuno si è depresso… L’America ha avuto forti batoste, forse da come non le aveva dal ’29, ma si è rialzata, ha ripreso a camminare, ha lottato contro quei fantasmi che lei stessa ha creato…

A queste parole non ho saputo più rispondere, perchè poi ho pensato che il conflitto d’interessi di Bush in fin dei conti è fuori dai confini americani, mentre il mio, quello del mio premier ce l’ho dentro, in Italia, da Palermo ad Aosta e quindi è tutto il sistema che è diverso, completamente differente… Così mentre scrivo, scopro che questi stessi miei pensieri sono anche della dj alla radio che manda questa canzone…

E l’America quanto mi sembra lontana…

Nicola

1:41 pm

Dear Barack…

novembre 5, 2008

Caro Barack,

ti scrivo questa lettera qualche ora dopo la notizia della tua splendida vittoria…

I momenti della tua elezione insieme ad alcune belle e significative foto entreranno nei libri di storia… Caspita, sei il primo presidente afroamericano della storia degli Usa. Se ci pensi, è una cosa proprio grossa. Hai incantato tutti con la tua eloquenza e i tuoi discorsi, la tua eleganza e il tuo programma. Si festeggia un po’ ovunque, dall’Africa all’America. Tutto il mondo oggi parla di te.

Tutti noi abbiamo già qualcosa da imparare, innanzittutto dalla tua energia, dal tuo ottimismo e dalla tua fiducia nel futuro… Dell’audacia della speranza, come l’hai definita tu stesso, il mondo ha grande bisogno. Questo mondo che forse da oggi, con un po’ di ritardo, può dirsi entrato nel terzo millennio.

E’ inutile che lo nasconda: mentre ti scrivo sto pensando ad un tuo predecessore, John F. Kennedy. Ci sono molti tratti che vi accomunano, ma anche molte differenze… A cominciare dalla storia personale: essa è completamente diversa, la tua è paradossalmente molto più americana…

Oggi conservo la speranza che saprai portare avanti il tuo programma; di cose da fare ce ne sono parecchie, qualcuna di questa forse è peggiore di come possiamo immaginarcela: quello che ti hanno lasciato è spaventoso, ma guardiamo avanti, anche questo supererai e noi insieme con te… Troverai molta corruzione, la stessa che forse già ti ha tentato e hai conosciuto, troverai molti nemici, molti ostacoli, molti grattacapi, ma già ci sono dalla tua parte molti amici, pronti a collaborare, a diventare strumenti dello stesso disegno, quel disegno che hai visto, quel sogno da realizzare, quella speranza da cavalcare…

Auguri Barack…

Ps: Sta attento agli infami…

6933_obama-on-time-nov-29-2007

Nicola.

4:04 pm

Yes we can.

novembre 4, 2008

Perchè queste elezioni non sono solo americane… yes we can!

Nicola.

9:05 am

Celebro la vita.

novembre 2, 2008

Mai come il 2 novembre i cimiteri italiani sono così pieni di vivi, o meglio sarebbe dire presunti vivi… Se non fosse tutto così tragicamente vero, verrebbe da ridere nel vedere tanti ominidi portare mazzoni di fiori più pesanti di loro, abbellire un pezzettino di marmo per farlo più bello del vicino… Mi chiedo perchè sedicenti cattolici fanno questo… O più semplicemente cosa porta l’umana ragione a far ciò… Sembra quasi che di ragione ci sia poco o nulla…

In questi momenti, mi viene in mente un celebre dialogo tra Dioniso e Demetra:

Dioniso. Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza è la morte, che li costringe industriarsi, a ricordare e prevedere. […] Ma che vuoi che gli diamo? Qualunque cosa ne faranno sempre sangue. Demetra. C’è un solo modo, e tu lo sai. […] Dare un senso a quel loro morire. […] Insegnargli la vita beata. […] Insegnargli che ci possono eguagliare di là dal dolore e dalla morte. Ma dirglielo noi. Come il grano e la vite discendono all’Ade per nascere, così insegnargli che la morte anche per loro è nuova. […] Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due. Non temeranno più la morte e non avranno più bisogno di placarla versando altro sangue. (Cesare Pavese – Il mistero).

Buona vita a tutti,

Nicola.