Il giornalismo che non c’è (2)

novembre 13, 2008

No, non ho sbagliato titolo. E’ che mi è capitato di leggere su “la Repubblica” un articolo di Paolo Rumiz nello stesso giorno in cui ho scritto il mio post precedente e ho così avuto amaramente conferma di ciò che ho scritto…

Riporto, dunque, il pezzo di Rumiz.

Nicola.

5.34 pm

Yzsard Kapuscinski raccontò un giorno di essere stato invitato a cena
dal re di Svezia, che voleva sentire dei suoi viaggi nel Terzo Mondo.
Quando arrivò a corte s’ accorse che a tavola c’ erano dieci tra gli
uomini più potenti della Terra. Petrolieri, padroni dell’ industria
farmaceutica e alimentare, fondatori di imperi elettronici, banchieri e
titolari di miniere di diamanti. Una bella fetta del prodotto lordo
planetario s’ era raccolta attorno a lui lì a Stoccolma. Quando il
polacco cominciò a raccontare la miseria degli Ultimi, con i quali
aveva condiviso trent’ anni di vita da reporter tra Africa, America
Latina e Russia sovietica, s’ accorse subito che i padroni del Pianeta
non avevano la minima idea dei disastri su cui si fondava la loro
ricchezza. Tutti lo guardavano attoniti; tutti, alla fine, gli
strinsero commossi la mano, e tutti staccarono davanti al re assegni
miliardari per questa o quella associazione benefica, come vergogandosi
di ciò che avevano saputo di se stessi. «La macchina dell’ informazione
– mi spiegò il viaggiatore più inquieto del ventesimo secolo – è
costruita apposta per non farci sapere la gravità del disastro
mondiale. Dio non voglia che la verità non inceppi la macchina del
consumo~ Così si tace: e il silenzio è così perfetto che persino i
potenti ignorano la verità». Certo, disse, siamo prontamente informati
delle guerre. Ma il disastro non sta negli eventi; sta in ciò che si
ripete ogni giorno, e, ripetendosi, non fa più notizia. Il dramma è la
«normalità della miseria e della fame». Per capire la macchina
infernale devi uscire dai circuiti, diventare viaggiatore leggero,
battere strade fuori mano. Ed ecco che Giampaolo Visetti, inviato di
Repubblica, proiettato anni dopo negli stessi mondi di Kapuscinski, va
a sporcarsi le scarpe nella polvere dell’ Asia Centrale, nel gelo
acquoso della Siberia e nel fango dell’ Africa equatoriale. Viaggia
dalla Groenlandia al Sudafrica. Va, torna, scrive, e arriva alle stesse
conclusioni. La storia la scrivono i vincitori, ma appartiene ai vinti.
E soprattutto, il mondo vero è proprio quello che «non fa notizia».
Dopo cinque anni di viaggi, Visetti s’ è accorto di aver fatto in
verità un viaggio solo: quello alla ricerca degli sconfitti, dei
miserabili, dei periferici e dei dimenticati. Così gli è stato facile
radunare i suoi scritti e farne un libro – Mai una carezza / storie di
un mondo che dobbiamo cambiare, Baldini & Castoldi Dalai, pagg.
284, , euro 17 – dedicato a coloro che in vita non hanno mai conosciuto
un gesto di tenerezza e sono scomparsi senza lasciar traccia. Ai
miserabili – gli stessi che approdano in Italia con i barchini della
disperazione – è dedicato questo volume, perché «solo essi possono
avvicinarsi alla verità». Camminare con loro, scrive l’ autore, è
«necessario per capire il mondo». Ed è tanto più necessario oggi, con
il collasso della Terra saccheggiata e le ultime tempeste finanziarie
globali che non risparmiano nessuno. Anche noi possiamo diventare un
Terzo Mondo, mentre i poveri di ieri, come la Cina e l’ India, stanno
rialzando la testa. Coerentemente, editore e autore hanno deciso di
dare in beneficenza i proventi dell’ opera, all’ associazione italiana
«Water for life», fondata dall’ italiano Elio Sommavilla, che da un
quarto di secolo si batte contro la guerra e la miseria in Somalia, uno
dei luoghi più disgraziati della Terra. Un invito, rivolto a chi legge,
a sostenere anche in futuro quest’ attività benefica con donazioni
personali (Acqua per la Vita, Cassa Rurale di Trento,
IT9400830401801000000015606, sede via Belenzani 6, Trento). E’ una
raccolta di articoli, ma in essi tutto si collega. Auschwitz,
rappresentazione dell’ indicibile, «confine da cui non si rientra», e
le donne stuprate del Darfur costrette a mendicare a quattro zampe dai
padroni che hanno spezzato loro i garretti. I ragazzini russi che
imparano a uccidere a quindici anni per entrare nell’ esercito di
Putin, e le fosse comuni di Srebrenica, dove sta sepolto l’ onore dell’
Occidente che ha tradito il popolo bosniaco. L’ Occidente che esporta
in Africa carne immangiabile e il silenzio del turco sulla strage degli
armeni. Pugni nello stomaco che lasciano intontiti. Vorkuta, il gulag
di Stalin oscenamente adattato ad avamposto minerario e poi a hotel a
cinque stelle mentre le ossa dei reclusi ancora affiorano dalla terra.
La melma di Mogadiscio, la sua aria «spessa, bollente e polverosa» che
stende su tutto una nebbia affumicata. Il ponte di Kosovska Mitrovica,
ultimo muro d’ Europa, tra serbi e albanesi nel cuore dei Balcani. Gli
eschimesi della Groenlandia che si lasciano morire tra i ghiacci. Le
studentesse d’ Ossezia, stuprate, segregate e uccise tra i loro
escrementi. La terra ucraina sterminata, fertile e governata dalla
mafia, da cui milioni di donne fuggono per vendersi come badanti in
Occidente. Miseria, oceani di miseria. Mai un respiro, un po’ di
speranza. Una delle svolte è l’ incontro con Anna Politkovskaja, la
giornalista che ha messo il Cremlino sotto accusa ed è stata uccisa nel
giorno del compleanno di Putin. La reporter viaggia in aereo col nostro
corrispondente verso il luogo della carneficina nella scuola di Beslan,
gli confida di voler incontrare il capo della guerriglia cecena per
convincerlo a liberare gli ostaggi e viene avvelenata da un thè
consumato a bordo. «Ania», che avrebbe potuto lavorare all’ estero ed
essere ricca e invece è morta tra i perseguitati «con le borse della
spesa in mano». L’ epicentro del saccheggio è il Congo, con la
desertificazione della foresta primaria più grande del Pianeta dopo
quella amazzonica. Il Paese più ricco del mondo, carico anche di
petrolio e minerali rarissimi, con la popolazione che resta la più
disperatamente povera. E i cinesi, organizzatissimi, che nello
sfruttamento pianificato hanno sostituito belgi e francesi. La senti,
nel racconto, la nausea per questa oscena corsa all’ accaparramento
delle ultime risorse, con l’ orrore che tocca il fondo, tribù che si
scannano, elefanti impazziti senza nutrimento, gorilla seviziati e
crocefissi vivi nella foresta. Solo la Russia concede ogni tanto
squarci di luce. C’ è la piaga dei bambini orfani già alcolizzati che
la notte vanno a dormire nei treni, ma c’ è anche l’ affresco di un
popolo grande, autenticamente cristiano, capace di slanci che l’
Occidente ha dimenticato. C’ è il bambino buttato nelle immondizie e
salvato da una cagna che lo nutre e lo alleva, il selvaggio piccolo
Vanja che cresce abbaiando nel branco, ma c’ è anche un angelo di nome
Tatjana che lo strappa all’ abominio, lo cresce e lo fa diventare
cadetto della marina. Lui, almeno, una carezza l’ ha avuta. – PAOLO RUMIZ

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