Mi sono sempre chiesto da quanto tempo esistono i giornali e il giornalismo. La risposta ho creduto di trovarla nell’indagare sui sistemi di comunicazione che hanno contraddistinto gli esseri umani nei secoli e sono giunto alla conclusione che il giornalismo in fin dei conti è risultato essere una necessità da sempre esistita per l’essere umano. Come tutte le cose che durano, del resto. Poi, però, da qualche mese sento e leggo che i giornali scompariranno, che il New York Times ha un debito enorme e pochissimi inserzionisti e questo lo costringerà a chiudere. Da qualche mese, sento e leggo della fine del giornalismo, e questo mi costringe a rivedere le mie conclusioni, le mie risposte e poi, in fin dei conti, alla fine della mia passione proprio non ci voglio credere…2008-06-28-journalism1
Mai come oggi, dicono alcuni, i giornali hanno così tanti lettori, perché tutto scorre sulla rete e tutto è gratuito. Di conseguenza, i giornali non si vendono più, ma in compenso ci sono tantissime notizie e il giornalismo è florido. Si tratta insomma di un radicale cambiamento, ma nulla più di questo. Eppure, tutto ciò non mi convince.

Pur deciso a non credere a quella che mi sembra una risposta superficiale e non riuscendo a trovarne altre di risposte, decido di capire meglio sperando che quest’aria primaverile venga a portare un po’ di luce sui miei dubbi. Camminando con la mente, decido di cominciare dall’inizio, dalle origini e mi passano davanti le vite dei più importanti giornalisti del ‘900, di quelli assassinati dalle mafie, di quelli che hanno creduto nelle storie che raccontavano, e mi dico che la fine di tutto questo non sarà possibile, non sarà mai possibile fin quando ci saranno uomini che vorranno capire il mondo che li circonda, fin quando ci saranno uomini  disposti a interrogarsi sul proprio presente e su quello dei loro figli, fin quando ci saranno esseri umani coraggiosi nel guardare aldilà del proprio naso.
Penso, quindi, pur consapevole che il mondo dei media sia al centro di un radicale cambiamento, che il giornalismo sia vittima di un virus, un virus potente e micidiale, il virus della superficialità.  Superficialità è allontanarsi dalla comprensione e dall’approfondimento. Superficialità è andare contro la natura umana, che richiede di conoscere la propria identità e quella del mondo circostante. Il mestiere del giornalista interviene proprio in questo ed è per questo motivo che richiede una concentrazione e uno sforzo al di fuori del comune da parte di chi ne fa parte, si tratta di raccontare la verità dei fatti e le loro motivazioni, la verità della gente che si incontra, si tratta di prendere in considerazione l’essenziale e portarlo alla luce, si tratta di far conoscere al lettore quello che quest’ultimo probabilmente non riuscirà mai ad approfondire da solo. Il giornalismo non ammette superficialità. Ecco perché credo che il giornalismo sia una necessità della comunità umana e della democrazia, ecco perché in fondo credo che una società che rifiuti di informarsi sia una società egoista, malata, profondamente ingiusta. Si parla di mancanza di tempo nella lettura delle notizie e degli approfondimenti, ma cos’è la mancanza di tempo se non la concentrazione di tutto il proprio tempo solo per sé stessi?! Anche questa è superficialità. Così come è superficiale credere che il giornalismo non serva più a nulla, o pensare che il giornalismo è per sua natura superficiale perché si occupa di cose che passano e di cui ci si dimentica nel giro di poco tempo. Ebbene, io credo con fermezza che il buon giornalismo sia proprio il contrario di ciò. Si fa presto a dire “giornalista”, ma se solo penso all’Italia, mi viene in mente una situazione alquanto ridicola: siamo uno dei pochi paesi europei ad aver “regolarizzato” la professione, ma di professionisti ce ne sono pochi ed il gruppo è chiuso in sé stesso, ma soprattutto siamo al 35° posto nel Rapporto 2007 sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières. Questo vorrà pur dire qualcosa… In Soltanto un giornalista, Indro Montanelli racconta di aver ricevuto da Emilio Cecchi il più importante consiglio della sua vita: “Ricordati che i giornalisti sono come le donne di strada: finché vi rimangono vanno benissimo e possono anche diventare qualcuno. Il guaio è quando si mettono in testa di entrare in salotto…”. L’Italia oggi è piena di salotti affollati da giornalisti. È dunque uno 422px-ryszard_kapuscinskisforzo comune: dei giornalisti a fare il bene il loro mestiere e dei lettori e degli uomini tutti ad essere meno superficiali riguardo il mondo che li circonda.
Ryszard Kapuscinski, il più importante reporter del XX secolo, ha scritto: “…Chi invece descrive l’attualità, si trova a parlare di un manicomio, con i pazienti in rivolta, un incendio in atto, la cantina allagata e una situazione che cambia ogni cinque minuti. Parlare dell’attualità è molto difficile… Naturalmente si può sempre negare il problema, dire che, da che mondo è mondo, certe cose sono sempre accadute…; oppure si può ignorare l’argomento e occuparsi di aspetti più marginali della realtà”.

Ho scritto, dunque, quelli che sono i miei pensieri attuali sul mondo del giornalismo e conservo la speranza che fin quando ci saranno uomini disposti a seguire quei valori comuni di democrazia e giustizia, fin quando ci saranno uomini disposti a comprendere e capire, della bussola di carta, o di quello che questa diventerà domani, non ne potremo fare mai a meno…

Nicola.

1:44 pm

Pubblicato in Caffè News Magazine.

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I sogni di mio padre.

marzo 14, 2009

123344I sogni di mio padre è la storia di un viaggio. Non proprio di quelli che si fanno con carte geografiche e zaino in spalla. È un viaggio interiore di un uomo alla scoperta di sé stesso e delle proprie origini, che inizia alle Hawaii e in Indonesia, passando per Chicago e arrivando in Kenya fino ad Harvard. È la storia di un bambino, cresciuto con i nonni e la giovane madre bianca, nelle evolute Hawaii, e poi quella di un adolescente alle prese con sé stesso e la sua difficoltà nel trovare un posto nel mondo, circondato da un ambiente fatto di droga, violenza e molta solitudine. Presente, nella sua assenza forte e pesante, “il Vecchio”, il padre di Obama. Una figura che aleggia in tutta la storia, una figura importante e determinante, la cui immagine, le cui parole e il cui carattere condizionano la vita di Barack in modo indelebile, come solo un padre di cui se ne sente la mancanza e di cui sai di aver bisogno, può fare. E sembra proprio essere l’assenza del padre e la conseguente appassionata ricerca da parte del figlio a guidarci in questo lungo e per certi versi infinito viaggio. Fondamentale, poi, nella formazione di Obama, il lavoro di coordinatore a Chicago all’alba degli anni ‘80, dove la sensibilità e il senso di giustizia coltivati da ragazzo, qui fioriscono in un’attività difficile e faticosa come quella svolta nel South Side di Chicago. Traspare, così, la figura di un Obama concentrato molto sul lavoro, un Obama ottimista e speranzoso nel futuro, pur consapevole della complessa realtà americana, in particolare per i giovani ragazzi di colore, figli di esperienze e culture disagiate. Infine, il Kenya e la volontà definitiva e seria da parte di un oramai quasi trentenne di scoprire “dove tutto ha avuto inizio”, una volontà che però si scaglia contro un’Africa contaminata e defraudata da mille diverse esperienze e culture, un’Africa dove invece di ritrovarsi, Obama rischia di perdersi, fino a quando la vecchia nonna, quasi come un libro biblico, illumina il passato degli Obama. Molto interessante, in questo senso, lo spaccato della realtà e della società africana, il cui alto potenziale risulta essere, oggi come allora, mal utilizzato e quindi drammaticamente inutile.
Un bel libro, dunque, intenso e di formazione e la cui scrittura appare, a tratti, pesante. Un’autobiografia densa per conoscere più da vicino il 44° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Nicola.

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The Millionaire.

marzo 13, 2009

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The Millionaire è innanzittutto una splendida storia d’amore.

Pellicola avvincente e scritta bene, rappresentante un’India poverissima e corrotta, l’India di Calcutta e New Delhi, piuttosto che di Mumbai (dove è realmente ambientato il film),  l’India delle barraccopoli e della mafia che si intreccia a quella sana e pura della giovane società indiana. I fratelli protagonisti del film sembrano rappresentare le due faccie di una stessa medaglia: la faccia della speranza, del giovane onesto e “bravo ragazzo”  (come lo definisce ad un certo punto l’altra protagonista del film) e la faccia antica, invece, del giovane che si perde dinanzi al denaro e al guadagno facile.

Geniale la storia, basata su un romanzo di Vikas Swarup Le dodici domande che, attraverso un gioco televisivo famoso anche in Italia, ripercorre la storia truce e violenta di Jamal Malik, il quale da un passato di povertà diventa eroe nazionale, riuscendo a rispondere a tutte le dodici domande del quiz e conquistando la fama e parecchi soldi. E tutto per Amore. Tutto per ritrovare quella ragazza di cui si era innamorato da bambino.

Da dire che il regista Danny Boyle non si fa mancare nulla quanto a violenza e truculenza della realtà indiana e della storia narrata in particolare.

Il tutto finisce così come era iniziato, accompagnato da una domanda che aleggia sullo spettatore e sui protagonisti e che apparentemente riceve alla fine risposta. Si chiede, infatti, una voce fuori campo se Jamil ha vinto perchè ha imbrogliato, perchè fortunato, perchè un genio o perchè era scritto. La risposta che ne dà Boyle è l’ultima. Ma questa in fondo risulta essere una non- risposta…

Nicola.

1:37 pm

abbraccio11Un pretaccio di mia conoscenza che non le manda certo a dire e che oggi tante persone continuano a seguire, fuori le chiese, in mezzo ai vicoli, dove pulsa la vera vita e non quella finta e ipocrita dei sepolcri imbiancati, ha sempre detto che “per la gente di chiesa, il vangelo è difficile assai”. Ascoltando le parole del presidente Obama a proposito della ricerca scientifica, parole come «Da credente penso che sia necessario alleviare le sofferenze», o come «La completa potenzialità della ricerca sulle cellule staminali resta sconosciuta, e non deve essere esagerata. Ma gli scienziati ritengono che queste piccole cellule possano avere il potenziale di aiutarci a capire, e possibilmente a curare, alcune delle più devastanti condizioni mediche e malattie», ecco leggendo queste parole, prese con la punta delle dita e girate e rigirate come a cercare macchie su un vestito bianco, così come le parole della politica devono essere prese, ma ancor di più leggendo la risposta degli “uomini di chiesa”, mi sono venute in mente queste parole…

Nicola.

10:01 pm

quino_razzismo_01Ci risiamo. Periodicamente, come i vermi in un giardino, mettono la testa fuori. Eppure sono sempre vivi, il loro respiro lo puoi sentire sotto terra, di nascosto. Solitamente hanno la testa rasata, qualche tatuaggio di cui non conoscono bene il significato e li riconosceresti anche da lontano, per quanto sono tutti uguali tra loro. Li chiamano “razzisti”, ma questa è solo un’altra categoria che non aiuta a capire. Si dice che non siano molti, ma quando ne combinano una delle loro, questa ha sempre grande risonanza. Come l’altra sera in piazza del Gesù a Napoli. Mi sembra di vederli: qualche risatina su un ragazzo intravisto per caso tra gli altri e di cui non sanno nulla, qualche commento veloce e subito all’azione perchè si sa il loro motto è agire, anche senza sapere per cosa. L’importante è agire. Restare fermi significherebbe pensare a cosa si sta facendo e questo è inammissibile. Allora partenza e via. E su con cinghiate e sputi sull’uomo nero. Su quello che ha un colore diverso dal tuo. Su quello che vedi felice e questo non è possibile, perchè un “negro di merda” non può essere felice, o almeno non può essere più felice di te. Perchè ti hanno riempito la testa di concetti come quello della razza, di concetti come quello che l’uomo bianco è migliore dell’uomo nero, tu stesso sei migliore o hai più diritti di un altro perchè così è e basta. Poi però ti accorgi che sono tutte stupidaggini e magari è troppo tardi perchè quello che ti hanno detto di fare fa male a qualcuno, fa seriamente stare male qualcuno che magari ha la tua stessa età, le tue stesse scaramucce, e persino forse i tuoi stessi pensieri di ventiduenne alle prese con gli esami, il lavoro che non c’è, le ragazze e il resto. Episodio di bullismo o razzismo non ha importanza. C’è del sangue a terra, urla nell’aria, indifferenza dei passanti e un uomo, solo e a terra che chiede attenzione, che implora di essere guardato. Ma si è fatto tardi, sono le due del mattino e domani è un altro giorno…

Cara vecchia Europa, questi episodi li conosci bene purtroppo, e ciclicamente si ripresentano ai tuoi piedi ad intervalli regolari sembra, all’interno della tua storia e dei tuoi secoli… Nessun vaccino e nessuna cura per uomini, vittime di idee malsane, ma nulla è perduto, e per tutti vale lo stesso monito di sempre: lacrime e sangue hanno lo stesso colore presso tutti i popoli.

Nicola.

3:34 pm

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Napoli.

marzo 4, 2009

Amo la mia città, amo i suoi vicoli, i suoi odori, le sue tradizioni e a volte anche i suoi difetti. Amo Napoli come si può amare una vecchia nonna con la quale c’è un’intesa assoluta, pur nel silenzio più assoluto, pur con semplici occhiate, pur senza dover spiegare nulla. Si ama e basta.

Ma da un po’ di tempo non la riconosco più. Mi sento defraudato da certi tipi che me l’hanno presa e violentata. Mi sento defraudato dalla stampa che fa male il suo lavoro, schiaffeggiando non solo Napoli, ma prima di tutto l’informazione, così come mi sento defraudato da un premier che viene “a soddisfare le proprie voglie” per poi scappare dinanzi all’evidenza di una città che ha bisogno di ben altro che proclami. Una città che avrebbe bisogno di aprire un po’ le finestre rimaste troppo a lungo chiuse su aspetti troppo sconci per venire alla luce, troppo sconci per essere presentati alla pubblica piazza. Ed invece proprio di questo ci sarebbe bisogno, ci sarebbe bisogno di far scendere un po’ il sole, adesso troppo in alto per riuscire a riscaldare una nonna così stanca e vecchia…napoliportino2

Nicola.

1:08 pm