Niente.

aprile 29, 2009

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da Internazionale n. 792; di Joe Heller, Green Bay Press-Gazette, Stati Uniti

Nicola.

9:20 am

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Gran Torino.

aprile 19, 2009

47162Un uomo profondamente buono e profondamente arrabbiato, con sè stesso innanzittutto. Innamorato della sua Ford Torino, immobile e presente in tutta la pellicola, e della sua vita riservata nel Midwest americano. Dopo la morte della moglie, un po’ per caso ma non troppo, comincia ad intessere rapporti umani sempre più vivi ed autentici con i nuovi vicini di casa cinesi.

In realtà, Walt Kowalski è un uomo distrutto moralmente dalla guerra di Korea, un uomo che non sa e non riesce a perdonarsi l’aver ucciso e aver preso “una medaglia al valore per aver ucciso un poveraccio che voleva solo arrendersi e vivere”. E’ questo che guida il suo cuore di vecchio verso quegli stessi “musi gialli” suoi vicini di casa che prima cerca di allontanare col suo poco credibile ma spietato cinismo e poi avvicina, quasi a voler riparare, quasi a implorare di poter lavare, tramite loro, una macchia oscura e indelebile sulla sua coscienza. Il fardello che si porta dietro, lineare e limpido, si scioglierà nella lucidissima accettazione di sè, ma soprattutto nella sua morte, che non si rivelerà essere nient’altro che l’esaltazione della sua bontà.

Supremi Clint Eastwood e la colonna sonora, in particolare la canzone “Gran Torino” scritta e interpretata da Jamie Cullum. Il cinema americano ancora una volta lascia a noi, ma all’America in particolare, una lezione di vita sui danni morali impressi dalle guerre.

Nicola

6:54 pm

vorticeApparentemente questa storia non ha alcun senso. O forse si: nella sua assurdità e nella sua profonda ingiustizia.

Giustino è uno dei tanti universitari uccisi dal terremoto abruzzese. Io l’ho conosciuto solo dopo la sua morte. Il suo viso curioso, con quel mezzo sorriso, è ancora la foto del suo profilo su Facebook e tale rimarrà chissà per quanto tempo ancora. Forse per sempre. Uno dei social networks più famosi del mondo è in fin dei conti il diario della vita di ognuno, nelle sue cose più banali e quindi pù vive, autentiche. Il profilo di Giustino, come quello di molti altri, è pubblico e quindi ogni persona può accedervi. Ed io ci sono arrivato semplicemente avendo un contatto in comune.

Qualche giorno fa, ho cominciato a scorrere la sua pagina e mi sono perso leggendo i messaggi dei suoi amici. Mi è parso, in questo modo, di conoscere un po’ di più di lui e del suo mondo, ma soprattutto della sua vita che ora non c’è più… Navigando nel fiume di parole intense e affettuose dei suoi cari, ad un certo punto sono giunto dove fin dall’inizio volevo: il suo ultimo messaggio, le sue ultime parole nel web.

C’è una domanda che tutti gli utenti si ritrovano ad ogni accesso in FB. E’ “A cosa stai pensando?”. C’è chi risponde e chi semplicemente l’ignora. Giustino rispondeva spesso e volentieri a questa domanda indiscreta, spesso descrivendo, in maniera semplice e brutale, il suo stato d’animo. Così quella sera prima del vuoto e del buio. Erano le 23:54 del 5 aprile quando Giustino scrive: “si fa un sacco di birre x nn sentire il terremoto”. Questa è stata la sua ultima frase ed è ancora lì, nella sua freddezza.

Davanti a ciò, la prima reazione è stato il silenzio, poi ha cominciato a salire la rabbia. Quelle parole hanno continuato a  rimbombare nella mia mente, crescendo d’intensità e hanno preso una forma diversa e hanno gridato e hanno detto che qui c’è il terremoto e voi, con la vostra superficialità e la vostra inettitudine non fate nulla. Che è da gennaio che noi avvertiamo scosse e ancora scosse e voi ancora nulla. Portate me, ventiquattrenne, a bere birra per non sentire la vostra inefficienza, il vostro disinteresse, il vostro nulla, la vostra ridicolaggine del dopo terremoto. Perchè vi ho visti nei vostri stupidi cappelli da pompieri girare e confortare “la popolazione”, la gente, promettere e mantenere una dentiera, salire in elicottero per farsi fotografare, fare confusione quando ormai è tutto finito. Io vi vedo e vi sento, ma non capisco cosa dite.

Ciao Giustino. Riposa in pace.

Nicola

10:55 am

Ci sono tre immagini di questi giorni che resteranno nella mia mente. Della cronaca dei fatti, ognuno in fondo riporta qualcosa di personale e alla fine resta solo questo: è un po’ come quando lanci un sasso in mare. Nel momento in cui lo fai, senti il suono e le onde attorno che si muovono, tutto il resto non esiste più.albero-su-cielo-blu

Sono immagini ferme, sono scatti. Solo scatti potenti. Sono immagini che ho visto solo una volta e che, pur cercandole, non sono riuscito più a ritrovare.

La prima è quella di una bambola, grigia e sporca saltata chissà dove fuori le macerie. E’ ferma, immobile, a testa in giù. Ha braccia e bocca spalancate. Sembra spaventata. Non sa o forse sì che non abbraccerà più nessuno e di nessuna creatura sarà più la figlia immaginaria.

C’è poi un libro, anche lui sporco e grigio. Ricordo che si trattava de “Il processo” di Franz Kafka. Lui forse sarà l’unico ad essere recuperato e forse ripreso tra le mani. Ho pensato che per come sono fatti e per la loro natura i libri sono veramente immortali.

La terza ed ultima non è una vera e propria immagine, ma la vedo come immobile. Non è nè grigia nè sporca, è invece bianca e candida. Questa resterà più di tutte. Resterà come il sasso caduto in mare, pesante nella sua ineluttabilità. E’ l’elenco dei nomi delle vittime, di cui paradossalmente i media non parlano. Mi sono fermato a leggere le date di nascite e gli anni dei morti. Quanti bambini. Quante anime innocenti. Non sono riuscito ad andare oltre il decimo rigo.

Questo resterà in me e oggi fuori c’è il sole, il cielo è blu.

Buona Pasqua ai vivi e ai morti.

Nicola.

12:31 pm

9788874471287gEsistono Libri e libri, libri importanti e libri meno importanti. Ho sempre pensato che i libri finiscono con l’ultima pagina e non possiamo pretendere che questi vivano al posto nostro, non è il libro che prende vita ma siamo noi che attraverso le parole fatte vive possiamo sperare, se lo vogliamo, di vivere meglio. Il libro è sempre un incontro che può anche rivoluzionare la nostra vita: quello che vi presento oggi può essere proprio uno di questi. Non nascondo che questo libro, affrontando argomenti che personalmente giudico di vitale importanza e che mi stanno particolarmente a cuore, mi è entrato nelle viscere, e quando questo accade, non puoi che essere di parte. Dunque, io in questa recensione sarò di parte: questo libro va letto e riletto, discusso e consumato, fatto vivo oltre la pagina.

Non è un romanzo, è il racconto di una esperienza. Una grande e immensa esperienza di Libertà. I temi affrontati sono quelli della pedagogia e dell’educazione del bambino, ma detto così non rende bene l’idea.

I ragazzi felici di Summerhill parla di Libertà del bambino che sarà adulto e della schiavitù dell’adulto che è stato un bambino non educato alla Libertà. “Non esistono bambini difficili, ma solo adulti difficili e, purtroppo, un’umanità difficile” afferma Neill.

Che persona straordinaria! E’ un libro che ogni buon genitore dovrebbe leggere, ma anche ogni uomo. Naturalmente, questo rivoluzionario modo di educare e vivere è stato oggetto di parecchie critiche e di deleteri tentativi di emulazione. Il motto di questa scuola sulla collina d’estate (Summerhill), nata in Inghilterra nel 1924, era “Libertà non è licenza”. Puoi immaginare cosa ciò significhi e quanto complicato possa essere mettere in pratica tale motto, nella vita quotidiana, concreta e polverosa di tutti i giorni. Quello che maggiormente impressiona, pagina dopo pagina, è accorgersi, soprattutto se non l’hai vissuto in prima persona, di quanto un essere umano possa far male ad un altro ed è un dolore tutt’altro che fisico; è esso morale, riguarda il cuore e la mente del fanciullo che si trova a spegnersi ogni giorno un po’ a causa di genitori che forse credono di amare, ma che dell’amore non sanno nulla, loro stessi già vittime dello stesso odio, che non è altro che inconsapevolezza nei confronti di sè stessi. La speranza è che questa ineluttabile catena si interrompa e quel fanciullo torni a volare: questo, ci insegna Neill, è possibile…
Leggilo!

Nicola.

6:42 pm

Pubblicato su Caffè News Magazine.

Scrivere un blog e scrivere in generale non significa necessariamente farlo in maniera prestabilita e quotidiana. La scrittura, almeno per quanto mi riguarda, viene a farmi visita quando le pare, dove le pare e soprattutto quanto le pare. Ne sono completamente schiavo e so che non può essere diversamente. E’ questo che la differenzia maggiormente dal giornalismo. Il giornalista ha scadenze, egli deve scrivere, ha un ruolo attivo per così dire… Lo scrittore invece è completamente passivo e schiavo della scrittura.

Lo scrittore è un corpo prestato a qualcos’altro di cui sa poco e che conosce ancora meno. Qualcosa spesso che si presenta senza identità, ma che arriva per pretendere tutto. Qualcosa che ti illude di essere tua amica e che d’un tratto sul più bello sparisce, lasciandoti solo e stanchissimo. Naturalmente, potresti imparare la lezione e non ricascarci la prossima volta, perchè con lei sai che ci sarà sempre una prossima volta. Ma è sempre così: ci ricaschi e nulla può allontanarti da lei e ogni volta è sempre come la prima. La ragione di tutto questo è completamente sconosciuta all’uomo.

Dunque, scusate se sto zitto spesso e se non trovate questo spazio aggiornato per diverso tempo, ma ora sapete che la colpa non è mia. E poi il silenzio non sempre mi dispiace, anzi. Ecco, ora finisce che la ringrazio anche per le sue assenze…

***

pensiero1Ho ritrovato in questi giorni a Perugia, dove sono stato per il Festival Internazionale del Giornalismo ma non solo qui, alcune sensazioni che non incontravo da tempo e mi sono accorto quanto sia semplice perdersi. Perdersi davvero intendo. Ho visto chiaramente la strada e ho avuto la netta sensazione di quanto sia poco lineare, piena di curve e curvoni, fossi, dossi e enormi burroni. Sarà che ho avuto modo di conoscere nuova gente o forse solo più me stesso. Viaggiare, conoscere nuovi posti, è anche questo. Un viaggio mi mette sempre davanti ad un bivio: il pensiero di Blaise Pascal secondo il quale “Tutti i guai dell’uomo derivano dal fatto che non sa stare un giorno intero dentro la sua stanza” e il contrario e quindi viaggiare per trovarsi. Propendo sempre per la seconda ipotesi. Viaggiare è uno dei modi per conoscere sè stessi. Lasciarsi alle spalle la paura del non-conosciuto, spogliarsi di vestiti pesanti e troppo ingombranti per essere messi in valigia, partire guardando a tutto ciò che si pone dinanzi a sè, senza voltarsi inutilmente. Alla fine del viaggio, si scopre che ogni presunta personale certezza sul mondo e sugli uomini lascia il tempo che trova, ma soprattutto lascia lo spazio a nuove certezze e a nuovi dubbi, a nuove conoscenze e a nuove luci… La fine del viaggio è scoprire che ci sono uomini che hanno perso la strada, finendo fuori il tempo e lo spazio, uomini il cui modo di vivere è molto distante dal tuo perchè feriti forse o perchè offesi, o semplicemente perchè inconsapevoli…

Al Festival, ho conosciuto uomini arrabbiati, ho visto uomini correre e affannarsi per superare altri uomini, ho visto il giornalismo celebrare sè stesso, ma soprattutto ho visto tanto rumore per nulla. Era pieno pomeriggio quando ho ascoltato, in un teatro gremito, uomini parlare di giornalismo e altri uomini applaudirli, adoranti e ridenti davanti alle battute che ascoltavano. Mi sono girato attorno e mi sono reso conto quanto rumoroso sia un applauso rispetto al pensiero. E’ allora che ho visto altre persone zitte e pensierose: lì ho avuto la certezza che gli applausi sarebbero rimasti nella sala e non avrebbero superato quelle antiche pareti, mentre il pensiero, i pensieri degli altri, quelli rimasti zitti, si sarebbero erti sopra le teste, andando fuori e volando via. Lì ho visto chiaramente che il pensiero silente è più potente di milioni di applausi…

Nicola.

4:32 pm