Tutto ciò che riguarda la democrazia non passa solo attraverso i suoi attori, ma soprattutto attraverso le sue comparse. Il primo ministro italiano può ormai fare di tutto: tutto ciò che lo riguarda sa di sporco, di marcio, di malato. Ed un malato lo si cura, gli si sta accanto, lo si compatisce.

Ma come facciamo, invece, se ad essere malato è il nostro corpo? Immagino che oltre alla autocompassione, ci sia qualcosa di più concreto ed attivo. Quando, dunque, il corpo è la democrazia del proprio paese, non bisognerebbe badare a spese nel cercare il medico migliore, più bravo, quello che ci dia le maggiori speranze di guarigione. E la malattia della nostra Italia si chiama indifferenza. untitled

L’indifferenza che ha portato una persona malata a diventare primo ministro, l’indifferenza che uccide la coscienza critica e con essa qualsiasi possibilità di un confronto serio e obiettivo riguardo la realtà, l’indifferenza dei visi pallidi che vedo nei centri commerciali, l’indifferenza di chi guarda la televisione e con essa il mondo credendo che sia quello vero, l’indifferenza di chi non si mette in gioco perchè ha paura e la paura nella sua inesistenza immobilizza, l’indifferenza dei tanti opportunisti che circondano il potere e lo innalzano, l’indifferenza dei tanti italiani che non osano andare oltre il proprio naso, l’indifferenza degli altri potenti che dall’altra parte lasciano che nulla cambi, l’indifferenza della volgarità nelle discussioni, quella offensiva e lasciva che non ha argomenti e neanche più la dignità di tacere, l’indifferenza di chi ricorda di essere stato migliore e che ora non ha più il coraggio di alzare lo sguardo perchè “così fan tutti”, l’indifferenza della tanta povera gente che non crede nemmeno più nella speranza, la speranza che le cose possano cambiare, che con la partecipazione di tutti si possa costruire qualcosa di buono.

Con questa indifferenza, mia cara Italia, tu muori e neanche tanto lentamente…

A questa indifferenza mi oppongo, pur rispettando profondamente le posizioni di ciascuno, ma non posso non oppormi all’ottusità, alla tracotanza, alla prepotenza del non-pensiero che disumanizza e dei tanti ignoranti che stanno uccidendo il mio paese.

Nicola.

5:24 pm

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Soldati italiani.

settembre 19, 2009

1014388_07feb2a8a4_mSe c’è un vantaggio degli uccelli rispetto agli umani è che i primi riescono a vedere tutta la realtà con una visuale diversa. Chissà se un giorno riuscirò a volare… Forse dovrei imparare a farlo dai bambini che però non hanno le ali… Ecco, sì, la speranza nasce: ancora una volta e come sempre, ritornare bambini.

17 settembre 2009: sei uomini lontani dai quarant’anni muoiono ammazzati. Chi erano? Ragazzi e padri, prima di essere soldati italiani… Disoccupati e senza prospettive di un lavoro migliore, prima di essere soldati italiani… Uomini e anime, prima di essere soldati italiani… Cittadini del Sud dell’Italia, prima di essere soldati italiani…

E poi, certo,  soldati italiani, con tanto di armi supertecnologiche, dormienti alla ninna nanna raccontata dai loro superiori in grado e convinti, o forse semplicemente assuefatti all’idea di svolgere una missione di pace, non più in grado di ascoltare la voce dei padri, quella voce antica ed ormai lontana che da piccoli ci insegnava che  la pace non si fa con le armi e che, per i maschietti, giocare con i soldatini significava giocare a fare la guerra.

Cordoglio e rispetto a voi, “consumatori finali” dell’idiozia di altri, innocenti vite al servizio del potere becero e assassino. Cordoglio e rispetto per questi lavoratori di un mestiere sbagliato, ma soprattutto silenzio e aria in quelle vecchie bocche impastate di ipocrisia.

Nicola.

3:24 pm

26 maggio, ore 19,47: Petru Birlandeanedu passeggia com la moglie poco prima di essere ucciso. (ilmattino.it)

26 maggio, ore 19,47: Petru Birlandeanedu passeggia com la moglie poco prima di essere ucciso. (ilmattino.it)

Mi chiamo Petru e sono morto il 26 maggio dell’anno 2009, in un tardo pomeriggio primaverile, in una bella città dell’Italia. Naturalmente, poco prima di morire non avrei mai pensato che la signora nera stesse per fare visita proprio a me. Si, insomma, so che deve succedere ma se un attimo prima qualcuno mi si fosse avvicinato e mi avesse detto “Petru, stai per morire” gli avrei probabilmente riso in faccia. Del resto, siamo seri, perchè doveva capitare proprio a me? Io sono un suonatore, un musicista, me ne andavo in giro con la mia piccola fisarmonica rossa a riempire di note e suoni le strade napoletane, i vicoli e per lo più la metropolitana o la stazione. Si, lo ammetto, avrò anche rotto le scatole a qualcuno, la mattina presto o a sera, quando gli studenti e i lavoratori prendono la metro per rincasare e tutto vogliono sentire a parte le mie note, spesso malinconiche e lente. Ma in qualche modo dovevo pur vivere, pensare alla mia mogliettina, alla nostra vita, all’indomani che credevo più roseo di quello che immaginavo a Bucarest. Ed invece è tutto finito. Sai, ti sono sincero caro amico, non credevo finisse così, mi aspettavo qualcos’altro. No chissà cosa, però almeno una certa stabilità, neanche quella monotona quotidianità di quelli che mi hanno visto e lasciato morire, per carità, però qualcosa di meglio.

Intendiamoci, non mi dispiaceva suonare, avevo anche imparato a fare alcune canzoni napoletane ” ‘O sole mio”, “Torna a Surriento” però l’arte non paga e poi per me era solo qualcosa di momentaneo. Pensa che a questo proposito, ho anche incontrato gente che mi ha ringraziato dopo una suonata. “Queste note non le sentiamo più, non c’è più nessuno che ripercorre i suoni della Napoli antica e della sua tradizione musicale” dicevano e mi ringraziavano davvero, si vedeva che erano sinceri e spesso anche più generosi degli altri. Se proprio vogliamo dirla tutta, appena arrivai a Napoli fui avvicinato dalla stessa gente che poi mi ha ucciso, cercavano qualcuno che li aiutasse nelle loro attività, qualcuno che spacciasse droga insomma o cose del genere e mi promettevano anche soldi, tanti soldi. Ma non ho mai ceduto anche se mi avrebbe fatto assai comodo e anche se in molti, dopo la mia morte, hanno creduto che fossi solo uno di loro, un criminale come tutti gli altri e che quindi quel regolamento di conti avesse come obiettivo proprio me. Ed invece no. Ero lì, in un punto e in un posto sbagliati.

E’ proprio strana la vita. Proprio quella mattina, alla mia mogliettina avevo promesso che ce ne saremmo andati da lì e quasi mi ero sentito in colpa per averla portata in quel posto che credevo migliore. Davvero, ho sempre sperato che Napoli rappresentasse qualcosa di meglio di quello che ho visto per molto tempo con questi occhi. Fino all’ultimo mio minuto sulla terra ho visto: non so se io avrei reagito allo stesso modo, ma sembravano tutti formiche impazzite, come allarmate da gocce d’acqua, neanche fosse piovuto su di loro il mio sangue, quello stesso sangue che nessuno ha avuto il coraggio di guardare e fermare. Eppure il colore non è lo stesso?

E adesso che non appartengo più al vostro mondo, ora che vi guardo tutti dall’altra parte, penso che forse le mie note non sono servite a niente.

Nicola.

11:41 am

P.S.: Questo testo è solo frutto della mia fantasia, ispirata da un fatto di cronaca.

vorticeApparentemente questa storia non ha alcun senso. O forse si: nella sua assurdità e nella sua profonda ingiustizia.

Giustino è uno dei tanti universitari uccisi dal terremoto abruzzese. Io l’ho conosciuto solo dopo la sua morte. Il suo viso curioso, con quel mezzo sorriso, è ancora la foto del suo profilo su Facebook e tale rimarrà chissà per quanto tempo ancora. Forse per sempre. Uno dei social networks più famosi del mondo è in fin dei conti il diario della vita di ognuno, nelle sue cose più banali e quindi pù vive, autentiche. Il profilo di Giustino, come quello di molti altri, è pubblico e quindi ogni persona può accedervi. Ed io ci sono arrivato semplicemente avendo un contatto in comune.

Qualche giorno fa, ho cominciato a scorrere la sua pagina e mi sono perso leggendo i messaggi dei suoi amici. Mi è parso, in questo modo, di conoscere un po’ di più di lui e del suo mondo, ma soprattutto della sua vita che ora non c’è più… Navigando nel fiume di parole intense e affettuose dei suoi cari, ad un certo punto sono giunto dove fin dall’inizio volevo: il suo ultimo messaggio, le sue ultime parole nel web.

C’è una domanda che tutti gli utenti si ritrovano ad ogni accesso in FB. E’ “A cosa stai pensando?”. C’è chi risponde e chi semplicemente l’ignora. Giustino rispondeva spesso e volentieri a questa domanda indiscreta, spesso descrivendo, in maniera semplice e brutale, il suo stato d’animo. Così quella sera prima del vuoto e del buio. Erano le 23:54 del 5 aprile quando Giustino scrive: “si fa un sacco di birre x nn sentire il terremoto”. Questa è stata la sua ultima frase ed è ancora lì, nella sua freddezza.

Davanti a ciò, la prima reazione è stato il silenzio, poi ha cominciato a salire la rabbia. Quelle parole hanno continuato a  rimbombare nella mia mente, crescendo d’intensità e hanno preso una forma diversa e hanno gridato e hanno detto che qui c’è il terremoto e voi, con la vostra superficialità e la vostra inettitudine non fate nulla. Che è da gennaio che noi avvertiamo scosse e ancora scosse e voi ancora nulla. Portate me, ventiquattrenne, a bere birra per non sentire la vostra inefficienza, il vostro disinteresse, il vostro nulla, la vostra ridicolaggine del dopo terremoto. Perchè vi ho visti nei vostri stupidi cappelli da pompieri girare e confortare “la popolazione”, la gente, promettere e mantenere una dentiera, salire in elicottero per farsi fotografare, fare confusione quando ormai è tutto finito. Io vi vedo e vi sento, ma non capisco cosa dite.

Ciao Giustino. Riposa in pace.

Nicola

10:55 am

Ci sono momenti, notizie, eventi che sembra siano fatti apposta per farti destare da quel torpore nel quale stai ben bene rifugiato… Più spesso, è il pensiero che ti fa sperare in qualcosa di meglio, che ti fa dire che qualcosa di diverso c’è ma non sai bene cosa e poi passa il tempo e smetti di pensarci, smetti di sognare…

Dicono che il vento sia delicato, ti accarezza e se ne va e allora non c’è nulla di più sbagliato nel definire il fenomeno Obama come vento della speranza… Obama per quanto mi riguarda mi fa proprio male, cazzo quanto mi fa male, è un pugno nello stomaco, è uno schiaffo a cinque dita, è il morso dell’asino… Obama mi ha scaraventato giù dalla sedia e mi ha detto “Guarda dove vivi, guarda com’è diversa l’Italia dall’America, guarda come la democrazia americana è un’altra cosa”. Ho provato a rispondergli e a dirgli che Bush rappresenta l’esempio più eclatante di uomo con conflitto d’interessi al potere, e dunque l’America non è tanto perfetta… Lui mi ha anche dato ragione, però poi mi ha detto che in America durante questi ultimi otto anni qualcosa è cambiato, la gente ha continuato a ragionare, l’opposizione del Partito democratico c’è stata, si è fatta sentire, i giovani hanno continuato a pensare, a ragionare, a sognare. Nessuno si è depresso… L’America ha avuto forti batoste, forse da come non le aveva dal ’29, ma si è rialzata, ha ripreso a camminare, ha lottato contro quei fantasmi che lei stessa ha creato…

A queste parole non ho saputo più rispondere, perchè poi ho pensato che il conflitto d’interessi di Bush in fin dei conti è fuori dai confini americani, mentre il mio, quello del mio premier ce l’ho dentro, in Italia, da Palermo ad Aosta e quindi è tutto il sistema che è diverso, completamente differente… Così mentre scrivo, scopro che questi stessi miei pensieri sono anche della dj alla radio che manda questa canzone…

E l’America quanto mi sembra lontana…

Nicola

1:41 pm